"Non si può nascere, ma si può morire innocenti."
- Roberta Giulia
- 31 lug 2017
- Tempo di lettura: 2 min

"Non si può nascere, ma si può morire innocenti."
(Cristina Campo)
Non si nasce innocenti, né certo ci si cresce. A qualcuno, tuttavia, è concesso di morirci, innocente. Se nasci e cresci cacchina, non sei costretto a restare stronzo per tutta la tua esistenza, rendendo infelice – oltre alla tua – pure l’esistenza di chi ti gira intorno.
No, davvero.
La cosa incredibile è che, se a un certo punto prendi coscienza (da solo, come Paolo folgorato sulla via di Damasco) della tua medesima stronzitudine, puoi anche decidere di darci un taglio, tirar lo sciacquone e – passato un po’ di CIF o di Viakal – provare a ripulire il tuo panorama.
Sì, non è che sia proprio una passeggiata e per riuscire nell’impresa, tocca che al pronti via uno si renda conto di aver bisogno di metterci mano, al proprio water esistenziale.
Qui, once in a while, oggi e solo oggi, non ne faccio una questione di genere, ma d’intento: il sesso, che pur c’entra sempre, qui non conta.
Ciò che conta è che se uno o una s’accorge di aver qualche tara (o un sacco di tare), tocca che si svegli e cerchi di levarsele.
Se sei stronzo, e racconti balle su balle da una vita, ma magari un bel dì ti dici che sei stanco, non sei mica costretto a vestire i tuoi stessi panni fino alla sepoltura.
Lo sapevi?
No?
Adesso sì.
Se sei acida, puoi provare ad abbasicarti un po’, molando gli spigoli, addolcendo i toni o inghiottendo quei rospi che hai sempre sputato addosso agli altri.
Se sei un ego-ista, ego-centrico, egotrofico e oltre a te non hai mai cagato nessuno, o amato, o rispettato, puoi (ADDIRITTURA!) iniziare a guardarti intorno e a pensare che alla tua destra e alla tua sinistra e sopra e magari sotto ci sono degli esseri umani che si sono stufati della tua spocchia, dei tuoi modi e delle tue regoline del piffero, che se non si fa come dici tu, allora niente. E cambiar strada. Approcci. Metodi. E sistema.
Torniamo alla Campo.
Lei, che scrisse il mio titolo di oggi, si chiamava Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo; nata negli anni Venti e seccata alla fine dei Settanta, fu scrittrice (pubblicando pochissimo), traduttrice (tra gli altri, della Mansfield, di John Donne e della Woolf) e sublime poetessa.
Fu la compagna e musa ispiratrice di Elèmire Zolla, una fra le più illustri penne mistiche/esoteriche dell’epoca (e mio scrittore preferito fino alla lettura della biografia della Campo con la quale presi in odio lui e m’innamorai di lei).
A lei, e a un verso nella raccolta “La tigre assenza”, la sottoscritta deve anni di religioso silenzio sulla declinazione in prima persona del verbo amare:
“Ti ho barattato, Amore, con parole”. A lei, oggi, io tributo il mio pezzo.
A lei e agli uomini che le spezzarono il cuore, una ferita dopo l’altra, fino a seppellirla.